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zia Lizzò ~ la leonessa sul comò [userpic]
[Fanfiction] Geronimo!
by zia Lizzò ~ la leonessa sul comò (lisachanoando)
at June 6th, 2012 (12:55 am)

Titolo: Geronimo!
Autrice: lisachanoando (lizonair)
Beta: melting_lullaby
Capitolo: 1/1
Wordcount: 4420
Personaggi/Pairing: Fler/Chakuza.
Generi: Commedia.
Rating: NC-17.
Avvertimenti: Slash, Lime, (kind of) Furry, Crack.
Riassunto: "...e poi si sfilò il cappello dalla testa.
Mostrando due orecchie da gatto enormi proprio sulla sommità della stessa."

Note: XD Pazzia, io ce l'ho. Ultimo grazie alle Badwrong Week (e a me stessa che le ho create XD) @ maridichallenge, e specialmente in questo caso all'ultima settimana, dedicata ai kink vari non rientranti nelle settimane precedenti, per avermi dato la possibilità di fare qualcosa che in genere non faccio mai, o che comunque faccio molto raramente, che sarebbe recuperare vecchie fic lasciate a metà (o anche a meno di metà, come in questo caso) e concluderle XD Perdonami, Fler.
La storia partecipa anche alla challenge indetta da 500themes_ita, ispirandosi al prompt #14 (Tocco sconsiderato).

GERONIMO!

Quando Fler si presentò alla mia porta, quella domenica mattina, lo guardai per un secondo con aria sinceramente sconvolta, lo ammetto. Non è che le sue visite fossero proprio una cosa fuori dal mondo, intendo, anche se non lavoravamo insieme – Bushido era inspiegabilmente geloso della sua persona, come fosse cosciente di aver perso troppo tempo con lui e desiderasse perciò tenerlo solo per sé il più possibile, in modo da recuperare – eravamo comunque colleghi, frequentavamo gli stessi ambienti ed eravamo entrambi abbastanza strani da preferire starcene un po’ per i fatti nostri piuttosto che prendere parte alle sedute di gioco ed ubriacatura di gruppo che spesso avevano luogo in casa di Bushido.
A Fler piaceva dipingere. Che, voglio dire, uno non se l’aspetta, da un tipo simile, alto due metri e largo uno e mezzo. Uno si aspetta che il suo hobby sia andare in giro con un tirapugni in mano a pestare adolescenti sprovveduti nei vicoli di Tempelhof, mica sedersi sul divano, imbracciare la propria tavolozza e cominciare a spennellare sulla tela vedute della stessa Tempelhof tanto belle da fare invidia a Cézanne. E invece sì, lui amava dipingere. Ci si perdeva proprio, era quasi comico, poteva restare delle ore davanti alla tela vuota e quando tu magari gli passavi dietro e gli dicevi “ma che stai facendo?” lui serafico rispondeva “immagino”, ed era una cosa da morire, veramente. Poi d’accordo, ogni tanto lo prendevo per il culo dicendogli che, santo Dio, dov’erano finite le tag sui treni della metropolitana?, e lui mi tirava dietro tavolozza, tela e pennelli di tutti i tipi, però insomma, era divertente averlo tra i piedi – o meglio sul divano – mentre io invece mi davo da fare col mio, di hobby. Che per inciso, sì, è cucinare. E non voglio sentire una parola, al riguardo. Mi sfottono già abbastanza.
Comunque niente, fondamentalmente quando me lo vidi apparire di fronte mi stupii, sì, ma non perché fosse strano vederlo, giusto perché non mi ricordavo avessimo preso appuntamento, e infatti stavo ripulendo casa con le maniche della maglia tirate su fino ai gomiti e i guanti gialli di gomma che gocciolavano ovunque sulla moquette all’ingresso, il che era una cosa deplorevole, tant’è che quando me ne accorsi li sfilai subito e li appesi al risvolto del grembiule che avevo allacciato in vita.
Inizialmente, non me ne accorsi.
- Che c’è? – chiesi, guardandolo con aria stupita. Era strano vederlo senza il materiale per dipingere, dal momento che, in genere, quando si presentava a casa mia era per fare quello, visto che il porto di mare in cui Bushido viveva era sempre troppo incasinato per i suoi gusti mentre a casa mia, diciamocelo, non veniva mai un’anima, anche perché io sono quel tipo di padrone di casa che appena ti rilassi un attimo scatta e ti dice “quel cuscino l’avevo appena rimesso a posto, permetti?” e te lo toglie da sotto il braccio. Ma sto divagando.
Dicevo, era strano vederlo senza il suo solito corteo di tele e pennelli e matite e album da disegno, ma ancora più strano, oggettivamente, era vederlo con un cappello di lana e una giacca pesante addosso in pieno agosto. Voglio dire, la Germania è un paese freddo, non dico di no, ma qui si rasentava la pazzia.
- Fammi entrare. – disse lui, e io sul subito, distratto da tutto il resto, non mi accorsi del fatto che la sua voce suonava strana. Cioè, non proprio strana, però diversa dal solito. Non mi so spiegare, c’era una sorta di mwaaah, ma anche di fshhhh nel modo in cui suonava, una roba mai sentita prima.
- Ma stai male? – chiesi ancora io, facendomi di lato per lasciarlo passare.
- Sì. – rispose lui, entrando in casa mia come fosse la propria e poi voltandosi a guardarmi. – Chiudi la porta. – borbottò, nel notare come io non mi fossi mosso da lì e ancora lo guardassi con aria allucinata, la porta ancora aperta che lasciava a chiunque fosse passato di lì per caso la libertà di impicciarsi dei fatti nostri, quali che fossero, se solo avesse voluto.
Chiusi la porta e rimasi lì a guardarlo, i guanti gialli che ormai avevano trasferito tutta la loro acqua sul grembiule, il quale aveva naturalmente preso a gocciolare sulla moquette pure lui.
- Embe’? – domandai. Lui sospirò, si guardò intorno come volesse assicurarsi che le pareti non si fossero fatte crescere gli occhi mentre lui si distraeva, e poi si sfilò il cappello dalla testa.
Mostrando due orecchie da gatto enormi proprio sulla sommità della stessa.
- …mi prendi per il culo. – sbottai io, avvicinandomi con aria circospetta, - Sono finte.
- No. – rispose lui, gli occhi – dalla forma stranamente ovale e molto più allungata del solito, ora mi accorgevo. Per non parlare delle pupille. O del colore. Ma dove avevo guardato, fino a quel momento?! – sottili e minacciosi. – Sono vere. Le mie orecchie non ci sono più.
Mi avvicinai ancora, scrutandolo per bene da ogni lato. In effetti, le sue normali orecchie umane sembravano sparite. Erano sempre state lì, e ora non c’erano più, sostituite da due belle orecchie pelose di forma triangolare che, almeno in apparenza, sembravano morbidissime e molto carezzabili.
- Ma… quando è successo? – provai a domandare, allungando una mano verso le orecchie ed osservandolo ritrarsi e soffiarmi contro istintivamente. – Ma soffi!
- Stai zitto. – sbottò lui, sfilandosi anche la giacca e lasciando libera una lunga coda tigrata dalla punta arrotondata di agitarsi nervosamente da un lato all’altro, - Non lo so quando è successo. Mi sono svegliato così.
- Capisco… - annuii lentamente io, considerando la situazione, - E com’è successo?
- Ma cosa vuoi che ne sappia di com’è successo, Chakuza! – strillò a quel punto lui, improvvisamente isterico, i peli ritti sulle orecchie a punta e le braccia sollevate per aria, - Pensi che sarei qui, se sapessi com’è successo?! No, sarei nel posto giusto per risolvere la situazione! Che sicuramente non è questo, a meno di aver preso qualche strano virus l’ultima volta che sono venuto qui! Pensi di avere in casa qualche virus che trasformi gli esseri umani in gatti, Chakuza? Non credo proprio! Quindi non dire assurdità.
- …ma io non ho detto niente. – provai a fargli notare, fissandolo con occhi vuoti e anche un po’ terrificati, - Ti ho solo chiesto—
- Era una domanda stupida, ok?! – sbottò lui, lasciandosi cadere di botto seduto sul divano e poi miagolando di dolore per essersi schiacciato la coda da solo.
Lo osservai cercare una sistemazione sul divano e quindi decidere di acciambellarsi fra i cuscini, e poi andai a sedermi al suo fianco. In punta, che non si poteva sapere mai come avrebbe reagito a qualcosa.
- Scusa. – biascicai, mettendo le mani avanti, - Bushido lo sa?
- Certo che non lo sa! – strillò lui, guardandomi con terrore, - E non lo deve sapere! Chakuza: promettimi che non glielo dirai.
- Ma—
- Niente ma! – insisté lui, scuotendo vigorosamente il capo, la coda che dondolava veloce a destra e a sinistra, - Non deve saperlo! Chakuza! Prometti!
- Okay, okay! – annuii io, giusto per calmarlo, - Va bene, non glielo dirò! – sospirai, - Sei almeno stato in ospedale?
- Ma sei pazzo?! – sbottò Fler, guardandomi con gli occhi gialli spalancati e colmi di terrore, - Ma non la guardi la televisione? Se io ora vado in ospedale, - spiegò con competenza, - i dottori che mi visiteranno vorranno trattenermi per fare delle analisi genetiche! Sarò trattato come un mostro! Mi metteranno in una gabbia! Diranno che sono un alieno! E se poi fossi davvero stato contaminato dagli alieni? E se mi deportassero nell’Area 51? Ci hai pensato a questo, eh, Chakuza? È questo che vuoi? Che mi deportino e mi chiudano in un lager alieno per vivisezionarmi e testare cosmetici su di me?!
- No! – risposi io, allucinato, - Ma non faranno niente di tutto questo, Fler! Faranno delle analisi approfondite e scopriranno che malattia hai e ti cureranno, e poi ti lasceranno tornare a casa tutto intero senza provare su di te neanche un cosmetico, te lo prometto.
- Non ci credo! – miagolò Fler, afferrando un cuscino e stringendolo con forza fra le dita.
- Permetti. – dissi io, recuperandolo e mettendolo via, - Non vorrei che me lo rovinassi con gli artigli.
- Non ce li ho gli artigli, deficiente! – sbraitò lui, tirandomi una pedata, - E comunque in ospedale non ci voglio andare. Non ci vado.
- Va bene, va bene! – mi arresi io, roteando gli occhi e sospirando, - Allora che cosa vuoi fare?
- Non lo so. – rispose Fler, pensieroso, - Ho fame. Non riesco a pensare bene, quando ho fame.
- Mi dispiace, ma non ho cibo per gatti, in casa. – mi giustificai io, stringendomi nelle spalle, - Solo quello per Geronimo.
- Chi?
- Geronimo. – feci una pausa, - Il mio pesce rosso.
Fler si girò molto lentamente, cercandolo con lo sguardo.
- Non puoi mangiarlo. – borbottai io, mentre lui abbassava le orecchie e tornava a guardarmi, arrabbiato.
- Non lo voglio il tuo stupido pesce rosso! – sbottò, - E non voglio neanche il cibo per gatti! Preparami un sandwich. – si interruppe e poi arrossì, - Col tonno.
Faticai a trattenere una risata, mentre mi alzavo dal divano, annuendo.
- Okay. Ma tu fai il bravo. – mi raccomandai, puntandogli un dito contro, - E non combinare disastri mentre sono via.
- Chakuza. – disse lui, tetro, - Se non vuoi che mi faccia crescere gli artigli apposta per sfregiarti, sparisci dalla mia vista.
Stavolta non potei fare a meno di ridere mentre giravo sui tacchi e, cercando di riflettere sulla situazione contingente, mi ritiravo in cucina. Cucinare mi aiutava sempre a riflettere razionalmente sulle cose, per quanto semplice potesse essere la ricetta che stavo provando. Anche un semplice sandwich col tonno, sapete, ha bisogno di parecchi passaggi, per essere fatto bene. Non è che si possano prendere due fette di pane a casaccio, riempirle col tonno versandolo direttamente dalla scatoletta e poi dire “ecco fatto”. Non è mica così semplice. Tutte le ricette in realtà, anche le più intuitive, hanno bisogno di maestria per essere portate a termine come si deve. E tutte le ricette, man mano che le fai, ti aiutano a rendere ogni cosa più chiara, o almeno così la penso io, per cui quella mattina, con un Fler con le orecchie e la coda da gatto acciambellato sul mio divano buono in salotto, pronto a farsi unghie che non aveva nemmeno sulle mie tende e sulla mia moquette, avevo proprio bisogno di cinque minuti per cucinare e riflettere in tranquillità, per cui anche se Fler non mi avesse chiesto un sandwich probabilmente gliel’avrei offerto io.
Prima di tutto mi dedicai alla salsa. Mentre mescolavo maionese, senape e succo di limone, insaporendo la mistura con aglio e sottaceti tritati, cercai di ripensare all’ultima volta che avevo visto Fler. Era stato almeno un paio di giorni prima, durante uno dei numerosi incontri che il nostro signore e padrone amava tenere all’Ersguterjunge e si ostinava incomprensibilmente a chiamare “riunioni di lavoro” anche se poi nulla che avesse a che fare con un qualsiasi tipo di lavoro veniva mai discusso.
Quel pomeriggio, Fler sembrava stare bene, considerai mentre aggiungevo alla salsa il tonno, la cipolla rossa tritata fina, che non si deve neanche vedere che c’è, il sedano tritato e un po’ di coriandolo che alla scuola di cucina è la prima cosa che t’insegnano, che il coriandolo non è un festone e non c’entra niente col carnevale, ma in compenso per insaporire la roba come lui non c’è nessuno. Sembrava stare bene, sì, al solito era un po’ uggioso, ma questo perché appunto a lui diciamo che stare in compagnia un po’ gli sta sulle palle, il che a rivederlo nell’ottica della sua trasformazione in gatto aveva un sacco di senso, perché voglio dire, uno così schivo e scostante mai nella vita avrebbe potuto trasformarsi in un cane, poteva diventare solo un animale antipatico come il gatto.
E insomma, conclusi spalmando una fetta di pane con un’abbondante dose di salsa e poi rimpinzando il tutto con rucola e pomodoro tagliato a fette, non c’era stato nessun dettaglio, l’ultima volta che l’avevo visto, che potesse in qualche modo giustificare questa improvvisa trasformazione. Per cui, quando abbandonai la cucina col mio sandwich adagiato sul piatto in un letto di rucola decorata con un filo d’olio a fare un ghirigoro ondulato tutto attorno alla composizione, sicuramente ero molto fiero di me stesso e delle mie dote culinarie, ma dovevo anche ammettere che, questa volta, cucinare non era stato utile per rinvigorire le mie facoltà di pensiero coerente, e infatti mi sentivo più confuso di prima. Forse perché non avevo messo dell’acqua a bollire? Forse il punto della questione non era cucinare una qualsiasi cosa, ma cucinare qualcosa che riempisse la cucina di vapore acqueo atto a lubrificare le rotelle del mio cervello? Dovevo provare con le abluzioni.
- Fler? – lo chiamai rientrando in salotto e non vedendolo sul divano dove lo avevo lasciato, - Dove sei? Il tuo sandwich è pronto!
Ci misi ben poco a comprendere di essere stato raggirato, giusto il tempo che mi servì per voltarmi verso la boccia di vetro trasparente in cui avevo infilato Geronimo in attesa di allestire l’acquario per lui e per i numerosi fratelli che avevo intenzione di regalargli, e trovare Fler accucciato ai piedi del mobiletto di legno sul quale l’avevo posata, intento a picchiettarla con le nocche della mano chiusa a forma di zampa fra un miagolio e l’altro.
- Fler! – urlai, mandando quasi il sandwich per terra per lo spavento, - Non si fa! Cattivo gatto, cattivo!
Lui si voltò di scatto, fissandomi con occhi enormi e soffiandomi contro, cattivissimo, prima di correre a raggomitolarsi nuovamente sul divano, tutto accucciato in posizione da combattimento, pronto a saltare via, o anche a saltarmi addosso, se mi fossi avvicinato troppo.
Geronimo, fortunatamente, era sano e salvo, constatai con un sospiro di sollievo, prima di voltarmi a guardare Fler con estrema severità, avvicinandomi a lui circospetto ma deciso, puntandogli un dito contro.
- Fler! Sono molto deluso da te. – lo rimproverai, mentre lui guardava altrove come se non sapesse neanche di cosa io stessi parlando, - Non puoi mangiare Geronimo. Ti farebbe anche male, crudo!
Lui miagolò un sospiro triste, prendendosi la testa fra le mani e poi cominciando a pulirsi dietro le orecchie.
- Non volevo neanche mangiarmelo, lo stupido pesce! – commentò in un lamento, - È stata una roba di istinto! Volevo tirarlo giù da quella boccia e morderlo! Scommetto che poi l’avrei sputato. Sta peggiorando! Morirò!
- Non dire sciocchezze, adesso. – sbottai, sedendomi nuovamente al suo fianco, - Piuttosto, ragioniamo.
- Non voglio ragionare. – borbottò lui, leccandosi il dorso della mano e riprendendo a pulirsi, - Voglio solo… - si interruppe all’improvviso, fissando il vuoto con occhi terrorizzati.
- Fler? – lo chiamai preoccupato, mentre sentivo un rantolo inquietante emergere dalle profondità della sua gola, - Fler, stai bene?
Lui portò una mano al collo, massaggiandoselo confusamente, e poi, del tutto all’improvviso, cominciò a tossire, e tossiva un sacco, convulsamente, come avesse qualcosa che gli occludeva le vie respiratorie.
- Fler! – strillai nel panico, battendogli la schiena con la mano aperta, - Fler, che succede adesso?!
Lui si contorse, si piegò, tossi ancora, strabuzzò gli occhi e dopodiché vomitò una palla di pelo tigrato sul bracciolo del divano, mettendoci un’eternità di tempo, facendo un sacco di rumori spaventosi e poi tirando un enorme respiro liberatorio poco prima di fermarsi a fissare la pallina sbavata con gli stessi occhi pieni di sconcerto coi quali la stavo fissando io.
- Chaku. – disse in un tetro filo di voce, - Ho vomitato una palla di peli.
- …sì. – annuii io, poggiandogli una mano sulla spalla.
- Io non li ho nemmeno tutti questi peli addosso! – strillò, piagnucolando pietosamente, - Morirò! Morirò strozzato da una di queste cose! Non posso sopportarlo!
- Fler! – lo chiamai, cercando di tenerlo fermo sul divano, dal momento che lui aveva già preso a saltellare sui cuscini come un invasato, - Fler, Dio mio, calmati! Se ti agiti così è peggio! Abbi pazienza, dobbiamo sederci attorno a un tavolo e ragionare seriamente su—
- Ho sonno. – mi interruppe, smettendo di saltare all’improvviso e riprendendo a fissare dritto davanti a sé come se il comando “dormi!” venisse direttamente dal suo cervello, - Voglio dormire. – specificò, stendendosi su mezzo divano e facendosi tondo e piccolo come una palla, - Vedi, Chaku? È gravissimo. Voglio dormire. Ora mi addormenterò e non mi sveglierò mai più, ma allo stesso tempo so che non posso non addormentarmi. Ho sonno.
- …ha senso. – commentai io, osservandolo incerto, - Se hai sonno devi— No, Fler, dobbiamo parlare! Dobbiamo venire a capo di questa situazione.
- Dopo. – disse lui, perentorio, chiudendo gli occhi. Ronfò per qualche secondo, e poi li riaprì. – Lo odio questo divano. – sbottò infastidito, spostandosi fino a poggiare la testa sulle mie ginocchia. – Così va meglio. – sentenziò tornando a dormire come se niente fosse successo.
Io sospirai pesantemente: era palese che sarei rimasto lì a fare da cuccia al gatto per tutto il resto del pomeriggio, e non sarei riuscito ad alzarmi neanche per togliere di mezzo quella disgustosa palla di pelo semidigerito che Fler aveva gentilmente depositato sul bracciolo del divano. Sarebbe rimasta lì a sedimentarsi e una colonia di batteri avrebbe abitato al suo interno evolvendosi in una nuova razza di cui io sarei stato il sovrano, finché le creature non si sarebbero evolute abbastanza da rivoltarsi contro di me e uccidermi nel sonno. E per quel momento Fler non si sarebbe ancora risvegliato dal suo riposino pomeridiano.
Giusto per darmi qualcosa da fare, dal momento che cominciavo già ad annoiarmi esageratamente, presi ad accarezzarlo distrattamente dietro le orecchie. D’altronde, mi avevano incuriosito fin dal momento in cui le avevo viste, e adesso che erano sole, indifese e alla mia mercé non potevo certo trattenermi. Le strinsi delicatamente fra le dita e poi cominciai a grattare proprio nel punto in cui, sorprendentemente proprio come le orecchie dei gatti veri – non so cosa mi aspettassi, probabilmente di scoprire che in realtà erano attaccate a un cerchietto e Fler mi stava prendendo in giro. Sarebbe stato sicuramente meno assurdo – si attaccavano alla testa. Erano morbide e piacevoli al tatto, e non passarono che pochi minuti prima di accorgermi di qualcosa di assolutamente sconvolgente: Fler stava facendo le fusa.
- Chaku… - biascicò, gli occhi ancora chiusi e un sorriso beato a piegargli suo malgrado le labbra, - Che cosa stai facendo?
- Suppongo di starti facendo le coccole. – risposi io, divertito da quelle reazioni, continuando ad accarezzarlo mentre il rombo delicato delle sue fusa si faceva più deciso, vibrando contro le mie ginocchia, - Ti dà fastidio?
- No! – miagolò lui, rivoltandosi sulla schiena e gettando indietro il capo, offrendomi il collo e la pancia mentre teneva le braccia piegate con le mani chiuse sul petto, - Ma non dovresti farlo comunque, perché io non sono un gatto.
- Il tuo corpo sembra pensarla diversamente. – gli feci notare, ridacchiando appena, mentre scendevo a grattarlo sullo stomaco attraverso i vestiti. Lui miagolò compiaciuto, si agitò appena sul divano, spinse la pancia in alto in una muta ma evidente ricerca di altre carezze e poi, del tutto all’improvviso, spalancò gli occhi e si allontanò da me con uno scatto, fissandomi con odio.
- Cosa mi hai fatto?! – soffiò oltraggiato, - Pervertito!
In un primo momento, non capii neanche cosa stesse accadendo. La sola associazione della parola con la situazione in cui ci trovavamo non aveva il minimo senso. Fu solo quando abbassai lo sguardo e notai che Fler stava facendo tutto il possibile per restare accucciato in modo che non potessi vedere cosa gli accadeva fra le gambe, che compresi.
- Oh. – dissi, annuendo partecipe e cercando di avvicinarmi a lui con la mano tesa, come per invitarlo ad annusarla e rassicurarsi, - Ma non devi preoccuparti, Fler. È una cosa assolutamente normale.
- Cosa è assolutamente normale in me?! – strillò lui, raggomitolandosi il più possibile nell’angolo di divano più lontano da me, - Non c’è niente di assolutamente normale nella mia persona! Ero la cosa più assolutamente normale che si fosse mai vista sulla faccia della terra, e ora guardami, Chaku! Ho le orecchie da gatto! – sbraitò.
- E la coda. – aggiunsi io per completezza. Lui mugolò un mraowww straziato, accasciandosi su se stesso e nascondendo il volto fra i cuscini. – Ma questo non c’entra niente! – mi affrettai ad aggiungere io, scuotendo il capo ed andandogli più vicino, - Voglio dire, ti stavo accarezzando e suppongo che fosse piuttosto piacevole. Lo era? – domandai, per esserne sicuro. Fler si limitò ad annuire vagamente, sempre restando nascosto contro i cuscini. – Ecco. Per cui, capisci, è completamente naturale che il tuo corpo abbia reagito in questo modo. Ha reagito ad uno stimolo esterno nel modo più ovvio. Non è colpa tua.
- Hai ragione. – realizzò improvvisamente Fler, sollevando il viso e fissando il vuoto per qualche secondo, prima di voltarsi verso di me, - È colpa tua. È una tua responsabilità. Per cui, adesso, tu la farai sparire.
- Fler… - mugugnai io, sollevando uno sguardo supplice al cielo che, peraltro, dall’interno del mio appartamento non potevo neanche vedere, per ovvi motivi, - Non ti sembra di stare un po’ esagerando?
- Affatto. – stabilì lui, gattonando letteralmente verso di me e poi planandomi in grembo con incomprensibile grazia del tutto sproporzionata rispetto alla sua persona, la quale era peraltro del tutto sproporzionata rispetto alla mia. – Muoviti. – soffiò, guardandomi severamente mentre si sistemava meglio a cavalcioni sulle mie ginocchia.
- Ma dici sul serio? – domandai io, fissandolo negli occhi con sincero smarrimento. Lui sollevò una mano all’altezza del mio viso e tirò fuori gli artigli. Prima non c’erano. Era evidente che stava peggiorando.
Talmente evidente che decisi di motivare questa sua richiesta del tutto folle con la sua improvvisa e malsana condizione: non era Fler ad essere impazzito e chiedermi cose palesemente assurde, era il suo problema, il gatto dentro di lui, a pretendere queste cose. E siccome oltre a pretenderle mi minacciava di sfregiarmi, decisi di concedergliele, per istinto di conservazione.
Sospirando mentre pensavo a quante me ne avrebbe dette Fler una volta che fosse tornato normale, gli sbottonai i pantaloni mentre lui mi osservava con felina curiosità, agitando circospetto la coda a destra e a manca. Scoprii di non poterli abbassare più di tanto, perché lui, prima di uscire di casa, nel tentativo di darsi un po’ di sollievo li aveva bucati posteriormente, proprio sotto la cintola, per dare libero sfogo alla coda che ora li teneva ancorati lì dov’erano. Perciò quello che mi apprestavo a fare non solo sarebbe stato sbagliato, abbastanza indecente e probabilmente da galera in quanto abuso su animale o qualcosa di simile, ma sarebbe stato perfino scomodo. Non poteva andare meglio.
Contorcendomi per quanto possibile, riuscii a infilargli la mano nei pantaloni fino al polso, e cominciai a tastarlo di qua e di là. Là sotto, per mia fortuna, Fler sembrava ancora piuttosto normale. Lo accarezzai lentamente e lui chiuse subito gli occhi, premendosi contro di me in un prrraow soddisfatto ed appoggiandomi entrambe le mani alle spalle. Sentii subito le sue unghie venire fuori ed artigliare il tessuto della mia maglietta, e ringraziai mentalmente di indossarla, perché non ci tenevo proprio ad uscire da quella cosa, qualsiasi cosa fosse, tutto sfregiato.
Man mano che continuavo ad accarezzarlo, la natura di Fler sembrava farsi sempre più confusa. Miagolava, indubbiamente, ma allo stesso tempo aveva atteggiamenti inequivocabilmente umani quando ansimava, si premeva contro di me ed ondeggiava il bacino cercando di seguire il ritmo delle carezze imposto dalla mia mano.
- Chaku… - mugolò lamentoso, avvicinandosi ancora e sfiorando le mie labbra con le proprie senza però osare baciarmi per davvero. Abbiamo fatto trenta, mi dissi io, facciamo trentuno. Cosa poteva esserci di peggio che infilare le mani nelle mutande di un gatto? Baciarlo non poteva sicuramente essere considerata una cosa peggiore, per cui mi sporsi verso di lui, coprendo la distanza che ci separava e baciandolo lentamente, scoprendo con piacere che Fler, dei gatti, sembrava aver preso tutti i difetti ma anche, fortunatamente, tutti i pregi, compresa la lingua ruvida.
Il dettaglio fu piacevole abbastanza da distrarmi al punto che, improvvisamente, aprii gli occhi ed era tutto finito. Non ho idea di quanto sia durato, nel complesso, ma sospetto non molto, e non intendo dirlo a Fler, una volta che sarà tornato normale. Non si può mai sapere come reagirà, quel benedetto ragazzo.
Lo osservai sospirare soddisfatto, miagolare sereno e poi allontanarsi da me come se niente fosse successo, tornando a spalmarsi sul divano raggomitolato in una palla di calma e serenità. Io mi guardai la mano, feci una smorfia e mi alzai in piedi.
- Certo che sporchi un sacco. – borbottai, passando a recuperare la palla di pelo e dirigendomi in cucina per disfarmene e lavarmi le mani.
Quando tornai in salotto, lui stava già sonnecchiando felice.
- Eh, no, Fler, dai! – sbottai io, planando sul divano e saltellando un po’ per disturbargli il sonno, - Svegliati! Hai promesso che ne avremmo parlato, e mi sembra evidente che dobbiamo parlarne per forza, questa cosa non può andare avanti troppo a lungo.
Lui aprì gli occhi, improvvisamente sveglissimo, tornando a guardarmi con diffidenza.
- Ma di cosa vuoi parlare, Chaku?! – sbottò, - Cosa vuoi che ti dica?! Non è cambiato niente, nell’ultima mezz’ora! Non so ancora cos’è successo, non so ancora come e soprattutto non so come ritornare com’ero prima. In compenso, ho di nuovo fame. Dov’è quel sandwich?
Guardai il sandwich abbandonato nel proprio piattino e ormai irrimediabilmente e disgustosamente secco, e mi alzai nuovamente in piedi, recuperandolo.
- Te lo rifaccio. – acconsentii.
- Ma no. – provò a fermarmi lui, - Posso mangiare anche quello.
- No, no, te lo rifaccio. – insistei io. Avevo decisamente bisogno di riflettere. Stavolta, gliel’avrei fatto con qualcosa che necessitasse di essere cucinato, prima. Magari del pollo.
- Fa’ come vuoi. – scrollò le spalle lui, fissandosi con attenzione le unghie e poi grattando curiosamente la pelle del divano. Non lo rimproverai neanche, perché tanto sarebbe stato inutile.
Cucinai e riflettei per minuti interi, ma non servì a molto. In compenso, dopo un po’, sentii chiaramente la boccia di vetro precipitare sul pavimento e spaccarsi in mille pezzi, e fra il crash del vetro, lo splash dell’acqua e il meaowww di Fler, io non potei fare altro che piantare tutto in asso a tornare di corsa in salotto strillando “Geronimo!”.